БЛОКАДА

L' ASSEDIO

quattordici [polli]

Ho delle fissazioni. Una di queste sono le briciole per terra. Mi provocano un dolore fisico. Proprio per questo quando faccio uno spuntino, con pioggia o bel tempo non fa differenza, mi affaccio dalla finestra in modo che le briciole cadano in strada.
Proprio sotto la mia finestra, un po’ come ipocentro e epicentro sui libri di scuola media, c’è un “compro oro”. Ci avete mai fatto caso al comportamento delle persone quando ci entrano? Io sì, e grazie ai crackers. Arrivano, ci passano davanti prima una volta, quasi distrattamente. Poi rallentano, si fermano un metro oltre, uno sguardo a destra e a sinistra e poi dentro. Passano pochissimi minuti, al massimo cinque, e dalla porta la stessa persona esce quasi di scatto. Veloce, sguardo basso, dritta verso la direzione già decisa in precedenza. Nella pancia dell’umanità, sperando che nessuno ci abbia fatto caso.
Crisi.
I miei crackers sono quelli stopposi, del discount. Salati in superficie.

(mettere una canzone a caso dei Nirvana e schiacciare play)

tredici

Frotte di indiani maschi sulla trentina che intasano utilitarie usate. La vigilessa nana in cerca di divieti di sosta palliativi. Vecchi curvi e pallidi che con la loro andatura lenta e snervante farebbero la fortuna degli sketch di Mr.Bean. Ciccioni in camicie sintetiche che sudano facendo finta di niente. Reduci dalla riviera che esibiscono gli ultimi spiccioli di un’abbronzatura da consumarsi preferibilmente entro l’altroieri. Quarantenni che guidano suv e indossano polo che qui si lavora sempre eh, mica come. Quarantenni che guidano polo e sognano suv che qui si lavora anche ad agosto che c’è la crisi, mica come. Occhiali da sole grandi come wok. E il fatto che io abbia usato la parola wok che mi fa un po’ tristezza. Nordafricani che mandano baci lascivi d’ordinanza a casalinghe sole con la loro ricrescita all’uscita del supermercato. La tizia degli affettati che, no, quest’anno non c’erano i balli di gruppo. Peccato.
Qui è dove vivo. E oggi è il tredici di agosto.

dodici

Un funerale passa sotto le mie finestre e sorrido pensando al fatto che qui d’estate i funerali li spostano alla mattina per via del caldo. Come se il morto eccetera. Ma non era di questo che volevo parlare. E nemmeno dell’immigrato che quindici metri dopo il minicorteo del funerale sta sparando da una golf blu di quindicesima mano una musica di quelle tutte uguali cantate in arabo e, secondo lui, ballabili  (uhm, appunto per la stesura finale: rileggere e vedere se quello che ho appena scritto sa di razzista).
Volevo parlare invece di una teoria che ho elaborato un minuto fa.
I libri che compro alla fine mi piacciono sempre. Nell’ordine di quattro o cinque stelle su anobii. I dischi che scarico non mi dicono niente nove volte su dieci. Nell’ordine che dopo un ascolto nemmeno intero sono condannati al girone della muffa al silicone nel mio D:
La conclusione è facile. I soldi che spendo condizionano il mio giudizio. I soldi sono un pregiudizio (bravo totonno, questa è bella) e il file-sharing è eticamente ok.

undici [statti attento da me]

Se avessi un quarto della capacità di Amleto De Silva di guardare in faccia la melma in cui nuotiamo e descriverla con disincanto, ironia ed intelligenza come ha fatto lui, probabilmente non rivolgerei la parola a nessuno. Terrei uno sguardo fiero e schifato e non risponderei più al citofono se non per insultare i testimoni di geova. Che quello fa sempre bene.
Se sapessi penetrare (che poi eh) la proto-psicologia dei miei simili con la bravura di Amleto De Silva vi farei dei ritratti che ad appenderli al muro si corroderebbe l’intonaco in un secondo e quarantasette decimi.
Se avessi la capacità di Amleto De Silva di farvi ridere e incazzare ad ogni santa pagina butterei il televisore (con dentro tutti quelli che, con la loro barba, sono convinti di saper usare le parole) dalla finestra. Sperando magari in un passaggio casuale ed inaspettato dei testimoni di geova. Che quello fa sempre bene.
Se riuscissi a fottermene del tutto del politicamente stocazzo come fa Amleto De Silva, sicuramente sarei una persona migliore.
Invece di Amleto De Silva il sottoscritto ha solo il suo romanzo. E un link da segnalarvi.
Ora fatevelo voi del bene. E pensate che non servono nemmeno i testimoni di geova.

dieci [FF]

Al concerto dei Foo Fighters c’era un uomo che aveva circa la mia età. La barba e i capelli lunghi. Più o meno come me. Era molto felice. Le coincidenze si fermano qui. Il concerto dei Foo Fighters è stato un appuntamento a cui sono arrivato con diciassette anni di ritardo. Al concerto dei Foo Fighters ho sentito una rockstar miliardaria americana ricordare con nostalgia di quando da giovane veniva a suonare al Leoncavallo. Il concerto dei Foo Fighters mi ha ricordato che, volendo, può ancora esistere ancora un momento in cui la parola rock non ha bisogno di prefissi col trattino davanti. Il concerto dei Foo Fighters mi ha fatto sorridere perchè per la seconda volta in vita mia mi sono esaltato davanti ad una band che suona una cover dei Queen. E questo non è bene, soprattutto se esiste un aldilà. Al concerto dei Foo Fighters ho imparato una lezione importante: se qualche giorno prima hai dato pugni di rabbia ad un oggetto solido ed inanimato, magari poi evita di battere le mani al ritmo dei concerti che ti esaltano. Il tuo pisiforme potrebbe non essere poi così appassionato di rock come te.
Dai lo ammetto: la realtà è che mi piace scrivere la parola pisiforme. Psicanalisti di tutto il mondo unitevi.

nove [love bugs]

Il brutto di dare pugni di rabbia ad oggetti inanimati è che quelli sono quasi sempre fatti di un materiale che dopo qualche ora ti ricorda di che pasta è fatto. Il mio in questo caso è plastica nera. Di quelle dei cruscotti delle macchine.
Beh, sì, sono bravissimo a lasciare le cose sul vago per stimolare l’immaginazione dei lettori.
Mi consolo immaginando che questo gesto di luddismo tardo(ne) romantico compensi almeno in piccola parte la stanca rassegnazione e la frustrazione dell’operaio torinese che dodici anni fa in catena di montaggio quel cruscotto lo stava montando. Probabilmente, per farsela un passare un po’, pensava a cosa cazzo volesse dire “millennium bug” e se un’orda di bancomat impazziti era pronta ad ingaggiare una lotta senza quartiere contro tutti gli aspirapolvere di questo pianeta.
Niente di tutto questo è successo amico mio.
Tu non ci sei più. Lo sento. E con te se n’è andato anche un po’ di me. E del mio pisiforme.

otto

Ho appena composto la colonna sonora della mia serata. In pratica pizzico ad oltranza una volta la corda del mi basso e poi quella del la della mia chitarra. Piano. Una specie di marcia lenta e malata. Sembra una linea di basso presa da una colonna sonora dove il compositore vuole far capire che uno passa il sabato sera a pizzicare le prime due corde in alto della sua chitarra. E poi viene a scriverlo sul blog. Ecco, una cosa del genere.

Da grande farò la didascalia.

sette [why does it always rain?]

È bella la pioggia d’estate. È arrogante. Sta lì e ti guarda con lo sguardo furbetto del bambino che ha appena pisciato sui fiori della zia vedova. Quella che quasi sempre, per un’ironia arrugginita della sorte, di nome fa pure Rosa. Pensi “ma come si permette? La mia grigliata, il mio concerto cool, la mia serata in terrazza, la mia scopata in spiaggia”. Toh, umanità italiana. Spero ti piova addosso per tutta l’estate. Hai mentito quando avevi diciassette anni? E mo’ sono cazzi tuoi.

sei

Io sono fatto della sostanza di cui sono fatti gli ovetti kinder: Molle, anonimo dentro e lascio tracce marroni.

cinque

Il mio paesello mi fa vomitare. Si ingoia afa grigia. La pioggia piccola e sporca è l’unica cosa che si frappone tra gli occhi di tutti. E quando c’è il sole c’è ovunque, non c’è scampo. Il mio paesello è talmente brutto che persino gli stranieri qua fanno schifo. Non sono quelli sorridenti, laureati e innocui di Pisapialand. La politica da queste parti ha cinque parole, al massimo dieci. E due colori. Da noi anche i culi delle donne sono antipatici, compresi quelli belli. È marmo freddo, quando va bene. Per il resto è pane raffermo che cerca di darsi un tono.

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